LA GRAMMATICA A SCUOLA

VERSO IL XVI CONVEGNO GISCEL…

a cura di Donatella Lovison e Vittoria Sofia

12. In conclusione: l’alfabeto e la grammatica

La parabola dell’alfabeto

[in http://muttercourage.blog.espresso.repubblica.it/cronache_di_mutter_courag/aleph—bet/]

Quando Dio stava per creare il mondo con la sua parola, le 22 lettere dell’alfabeto discesero dalla terribile ed augusta Corona divina – in cui erano incise con una penna di fuoco incandescente – e si disposero a cerchio intorno al trono dell’Eletto. Una dopo l’altra si misero a parlare e a supplicare: «crea il mondo per mezzo di me!» La prima a farsi avanti fu la lettera Tau che disse: «Signore del mondo! Ti prego, crea il mondo per mezzo di me, perché sarà per mezzo di me che tu darai la Torah ad Israele, come è scritto: Mosè ci ha dato la Torah». Ma il Santo, Benedetto egli sia, rispose di no. E la Tau: «Perché no?» E Dio: «Perché un giorno ti sceglierò come segno di morte sulla fronte degli uomini». Appena Tau udì queste parole dalla bocca di Dio, Benedetto egli sia, si ritirò dalla sua presenza rattristata.

Si fece avanti la lettera Shin che supplicò: «Signore del mondo, crea il mondo per mezzo di me dal momento che proprio il tuo nome, Shaddai, comincia con me». Ma poiché sfortunatamente Shin è anche l’iniziale di Shaw (che significa Bugia) e di Sheker (che significa Falsità), ciò le impedì di essere esaudita.

La lettera Resh non ebbe fortuna migliore. Infatti fu fatto notare che era l’iniziale di Ra’ (che significa Cattivo) e Resha’ (che significa Male) e, nonostante fosse la prima lettera di Rahum (il nome di Dio che significa Misericordioso), ciò non le valse gran che.

La lettera Qof fu ripudiata perché, nonostante avesse il privilegio di essere l’iniziale di Qadosh (che significa Santo) è anche I’iniziale di Qelalah (che significa Maledizione).

Invano la lettera Sade si appellò al fatto di essere l’iniziale di Saddiq (che significa Giusto), perché c’era Sarot (che significa Disgrazia) a testimoniarle contro.

La lettera Pe aveva, a suo vantaggio, Podeh (Liberatore) ma ci fu Pesha’ (Trasgressione) che le fece disonore.

‘Aini fu dichiarata incapace perché, sebbene sia l’iniziale di ‘Anawah (che significa Umiltà) è anche l’iniziale di ‘Erwah (che significa Immoralità).

Samek disse: «Ti prego, Signore, comincia la creazione con me, essendo tu chiamato Samek, colui che sostiene tutto ciò che cade». Ma Dio le rispose: «Resta dove sei. Continua a sostenere tutto ciò che cade».

La lettera Nun introduce Ner (che significa «Lampada di Dio») cioè la guida degli uomini, ma può anche significare «La lampada del cattivo», sulla quale trionferà Dio.

Mem è l’iniziale di Melek (Re), uno dei titoli di Dio. Ma poiché è anche l’iniziale di Mehumah (Confusione) si vide respinta.

La rivendicazione di Lamed si annullò da sé stessa. Si difese dicendo di essere la prima lettera di Luhot. le Tavole celesti dei 10 comandamenti, ma dimenticò che queste Mosè le aveva ridotte a pezzi.

La lettera Kaf era sicura della vittoria. Infatti sia Kisseh (che significa Trono di Dio) che Kavod (che significa Gloria) che Keter (che significa Corona) cominciano con Kuf. Ma Dio dovette ricordare che un giorno egli avrebbe dovuto battere le mani (che in ebraico si dicono Kaf), preso dalla disperazione per le disgrazie di Israele.

A prima vista la lettera Yod sembrò quella giusta, essendo l’iniziale di Yah. Solo che c’era l’inconveniente di un’altra parola, Yeger ha~Ra’ (che significa inclinazione Cattiva) che cominciava con la stessa lettera.

Tet era l’inizio di Tov (che significa Buono). Ma il vero bene non appartiene a questo mondo ma a quello futuro.

La lettera Tet è la prima di Tanun (Benevolo), ma non è un grande vantaggio, essendo anche l’iniziale di tatṭa’ah (che significa Peccato).

La lettera Zain ricorda Zakor, che significa Memoria, ma anche Arma, Operatore di misfatti.

Le lettere Waw e He formano il nome ineffabile di Dio e occupano un posto troppo alto per occuparsi delle cose mondane.

Per quanto riguarda Dalet, se questa fosse solo I’iniziale di Davar (che significa Parola) sarebbe stata scelta, ma peccato che è anche l’iniziale di Din (che significa Giustizia) e un mondo guidato solo dalla Legge, senza la Misericordia, sarebbe andato in rovina.

Infine anche la lettera Gimel fu messa da parte perché inizio di Gemul (che significa Retribuzione), anche se c’è Gadol (che significa Grande).

Dopo che le rivendicazioni di tutte queste lettere erano state confutate, si avvicinò al Santo, Benedetto egli sia, la lettera Bet che così pregò: «Signore del mondo! Crea il mondo, ti prego, per mezzo di me, perche tutti gli abitanti del mondo ti lodano ogni giorno per mezzo di me, come è detto: Benedetto sia il Signore ogni giorno per sempre. Amen. Amen.», Il Santo, Benedetto egli sia, accolse subito la richiesta di Bet e disse: «Benedetto colui che viene nel Nome del Signore». E creò il mondo attraverso Bet, come è scritto: «Bereshit Dio creò il cielo e la terra».

La sola lettera che si era astenuta dal fare rivendicazioni era la piccola lettera ‘Alef ‘. Più tardi Dio la ricompensò dandole il primo posto nel Decalogo.

Pensiero profondo n. 10

[in Muriel Barbery, L’eleganza del riccio, edizioni e/o, Roma 2007, pagg.149-154]

La grammatica

lo stadio di coscienza

che porta al bello

In genere la mattina passo un po’ di tempo ad ascoltare musica in camera mia. La musica è molto importante nella mia vita. Mi permette di sopportare… beh… quel che c’è da sopportare: mia sorella, mia madre, la scuola, Achille Grand-­Fernet ecc. La musica non è solo un piacere per le orecchie, come la gastronomia lo è per il palato e la pittura per gli occhi. Se la mattina ascolto un po’ di musica è per un motivo molto banale: dare alla giornata la sua giusta intonazione. È semplicissimo, ma anche un po’ difficile da spiegare: credo che possiamo scegliere il nostro umore perché abbiamo una coscienza dotata di diversi stadi ai quali è possibile accedere. Ad esempio, per scrivere un pensiero profondo devo entrare in uno stadio molto speciale, altrimenti idee e parole stentano ad arrivare. Devo lasciarmi andare e nello stesso tempo essere superconcentrata. Ma non è una questione di “vo­lontà”, è un meccanismo che mettiamo o meno in funzione, come per grattarsi il naso o fare una capriola all’indietro. E per metterlo in funzione non c’è niente di meglio di un brano musi­cale. Ad esempio, per rilassarmi ascolto qualcosa che mi faccia raggiungere una sorta di umore distante, in cui le cose non mi toccano veramente, in cui vedo le cose come se stessi guardando un film: un livello di coscienza “distaccata”. In genere per questo stadio ci vuole del jazz oppure, i Dire Straits (viva gli mp3!), efficaci più a lungo ma con effetti che si percepiscono più lentamente.

Quindi questa mattina, prima di andare a scuola, ho ascoltato Glenn Miller. Ma probabilmente non abbastanza a lungo.

Quando è avvenuto lo scontro, ho perso tutto il mio distacco. Era l’ora di francese con madame Maigre (un ossimoro vivente, visto il numero di strati adiposi. In più si veste di rosa. A me piace tanto il rosa, ma trovo che sia un colore bistrattato, lo considerano una roba da bebè o da donna troppo truccata, invece il rosa è un colore fine e delicato che s’incontra spesso nella poesia giapponese. Tuttavia il rosa sulla professoressa Maigre è un po’ come la marmellata sul maiale. Insomma, sta­mattina avevo francese con lei. Già di per sé è una faticaccia. Il francese con questa prof si riduce a una lunga serie di eser­cizi meccanici, sia di grammatica che di analisi testuale. Con lei sembra che i testi siano stati scritti per poter identificare i personaggi, il narratore, i luoghi, il plot, i tempi del racconto ecc. Penso che non le sia mai venuto in mente che prima di tutto un testo è scritto per essere letto e per suscitare delle emozioni nel lettore. Pensate un po’, non ci ha mai chiesto: «Vi è piaciuto questo brano/libro?». Eppure è l’unica domanda che potrebbe dare un senso allo studio dei punti di vista della narrazione o della costruzione del racconto… Per non parlare del fatto che, secondo me, le menti degli alunni delle scuole medie sono più disponibili alla letteratura rispetto a quelle dei liceali o degli universitari. Mi spiego: alla nostra età, basta che ci raccontino qualcosa con passione, toccando le corde giuste (quelle dell’amore, della rivolta, della sete di novità ecc.) e il gioco è fatto. Il nostro prof di storia, monsieur Lermit, in due lezioni è riuscito a coinvolgerci mostrandoci alcune foto di tizi a cui avevano tagliato una mano o le labbra, in applicazione della legge coranica, perché avevano rubato o fumato. Eppure non l’ha fatto tipo film splatter. Era avvincente, e tutti abbiamo ascoltato attentamente la lezione che metteva in guardia contro la follia degli uomini e non contro l’Islam in particolare. Quindi, se la professoressa Maigre si fosse presa la briga di leggerci qualche verso di Racine con voce tremula (“Che il giorno ricominci, e che il giorno finisca senza che Tito possa veder Berenice…”), avrebbe notato che l’adolescente medio è abbastanza maturo per la tragedia d’amore. Al liceo è già più difficile: l’età adulta fa capolino, si intuiscono già i modi di fare dei grandi, ci si chiede quale ruolo e quale posto ci verrà asse­gnato in questa recita, e qualcosa si è già guastato, la boccia dei pesci non è più molto lontana.

Allora stamattina, quando alla solita faticaccia di una lezione di letteratura senza letteratura e di una lezione di lingua senza la cognizione della lingua si è aggiunto il senti­mento dell’assurdo, non ce l’ho fatta a trattenermi. La prof faceva il punto sull’aggettivo qualificativo usato come epiteto, con la scusa che i nostri temi ne erano totalmente privi «mentre dovreste essere capaci di usarli fin dalla terza ele­mentare». «Non è possibile: guarda ‘sti alunni come sono scarsi in grammatica!» ha aggiunto rivolta in particolare ad Achille Grand‑Fernet. Non mi piace Achille, ma quando le ha fatto quella domanda ero d’accordo con lui. Ci voleva proprio. E in più, una prof di lettere che si lascia indietro mezzo agget­tivo dimostrativo a me dà fastidio. È come uno spazzino che lascia lì la polvere. «Ma a cosa serve la grammatica?» ha chiesto Achille. «Dovreste saperlo» ha risposto la signora‑e­-dire‑che‑mi‑pagano‑per-insegnarvelo. «Beh, no» ha ribattuto Achille per una volta sincero, «nessuno si è mai preoccupato di dircelo». La professoressa ha fatto un lungo sospiro, tipo “sono ancora costretta a sorbirmi delle domande stupide” e ha risposto: «Serve a parlare e a scrivere bene».

E lì a momenti mi veniva un infarto. Non ho mai sentito niente di così insensato. E con questo non voglio dire che sia sbagliato, voglio dire che è davvero insensato. Sostenere, davanti a degli adolescenti che sanno già parlare e scrivere, che questa è l’utilità della grammatica è come dire a qualcuno che per fare bene la cacca e la pipì bisogna leggersi la storia del water attraverso i secoli. Non ha senso! E poi, se almeno ci avesse dimostrato con qualche esempio che dobbiamo conoscere un certo numero di cose sulla lingua per utilizzarla come si deve, beh, al limite sarebbe stato un buon inizio. Per dire, conoscere i tempi di tutte le coniugazioni permette di evi­tare gravi errori che ti fanno vergognare davanti a tutti durante una serata mondana (“Avrei arrivato volentieri più presto ma ho prenduto la strada sbagliata”).Oppure, conoscere la regola dell’accordo dell’aggettivo qualificativo usato come epiteto è decisamente utile se devi scrivere un invito appropriato per andare a fare quattro salti alla reggia di Versailles, onde evi­tare i “Cari amico, volete raggiungerci a Versailles questa sera? Ne sarei davvero lieto. La Marchesa de Grand‑Fernet”. Ma se madame Maigre crede che la grammatica serva solo a questo… Eravamo in grado di usare e coniugare un verbo ben prima di sapere cosa fosse. E se il sapere aiuta, non mi pare comunque che sia decisivo.

Io credo che la grammatica sia una via d’accesso alla bel­lezza. Quando parliamo, quando leggiamo o quando scrivia­mo, ci rendiamo conto se abbiamo scritto o stiamo leggendo una bella frase. Siamo capaci di riconoscere una bella espres­sione o uno stile elegante. Ma quando si fa grammatica, si accede a un’altra dimensione della bellezza della lingua. Fare grammatica serve a sezionarla, guardare come è fatta, vederla nuda, in un certo senso. Ed è una cosa meravigliosa, perché pensiamo: “Ma guarda un po’ che roba, guarda un po’ com’è fatta bene!”, “Quanto è solida, ingegnosa, acuta!”. Solo il fatto di sapere che esistono diversi tipi di parole e che bisogna conoscerli per definirne l’utilizzo e i possibili abbina­menti è una cosa esaltante. Penso che non ci sia niente di più bello, per esempio, del concetto base della lingua, e cioè che esistono i sostantivi e i verbi. Con questi avete in mano il cuore di qualunque enunciato. Stupendo, vero? I sostantivi, i verbi…

Forse bisogna collocarsi in uno stadio di coscienza speciale per accedere a tutta la bellezza della lingua svelata dalla grammatica. A me sembra di farlo senza alcuno sforzo. Credo di aver capito com’è fatta la lingua a due anni, in un colpo solo, sentendo parlare gli adulti. Per me le lezioni di grammatica sono sempre state sintesi a posteriori e, al limite, precisazioni terminologiche. Mi chiedo se sia possibile, attraverso la gram­matica, insegnare a parlare e a scrivere bene a bambini che non hanno avuto l’illuminazione che ho avuto io. Mistero. Intanto tutte le professoresse Maigre della terra dovrebbero chiedersi quale brano di musica proporre ai loro alunni per farli entrare in trance grammaticale.

E quindi ho detto alla professoressa Maigre: «Ma niente affatto, è assolutamente riduttivo!». In classe è sceso un silenzio di tomba, perché di solito non apro bocca e perché avevo contraddetto la prof. Lei mi ha guardato sorpresa, poi ha assunto un’espressione cattiva, come tutti i prof quando sentono che sta cambiando il vento e che la loro lezioncina tranquilla sull’aggettivo qualificativo usato come epiteto potrebbe trasformarsi nel tribunale dei loro metodi pedagogici. «E lei cosa ne sa, signorina Josse?» ha chiesto in tono acido. L’intera classe tratteneva il fiato. Quando l’alunna migliore è scontenta è una brutta cosa per il corpo docente, soprattutto se è bello grasso, e quindi stamattina c’erano due spettacoli al prezzo di uno: il circo e il thriller. Tutti aspettavano l’esito della battaglia che si annunciava parecchio sanguinosa.

«Beh» ho detto, «leggendo Jakobson risulta chiaro che la grammatica è un mezzo, non solo un fine: è un accesso alla struttura e alla bellezza della lingua, non è solo una roba che serve a cavarsela in società». «Una roba! Una roba!» ha ripe­tuto lei con gli occhi fuori dalle orbite. «Per la signorina Josse la grammatica è una roba!».

Se avesse ascoltato bene la mia frase, avrebbe capito che per me, appunto, non è una roba. Credo che il riferimento a Jakobson l’abbia mandata fuori di testa, senza contare che tutti, compresa Cannelle Martin, ridacchiavano senza aver capito una parola di quello che avevo detto, ma avvertendo che sulla prof cicciona stava planando una nuvoletta sibe­riana. In realtà non ho mai letto niente di Jakobson, com’è ovvio. Sarò anche superdotata, però certo preferisco i fumetti o la letteratura. Ma un’amica della mamma (che è una profes­soressa universitaria) ieri parlava di Jakobson (mentre si face­vano fuori un camembert e una bottiglia di vino rosso, alle cinque). E così stamattina mi è tornato in mente.

In quel momento, sentendo il branco digrignare i denti, ho avuto pietà. Ho avuto pietà di madame Maigre. E poi non mi piacciono i linciaggi. Non fanno onore a nessuno. Senza con­tare che non mi va proprio che qualcuno venga a frugare nelle mie conoscenze su Jakobson e cominci ad avere dei dubbi sulla veridicità del mio Q.I.

Allora ho fatto marcia indietro e non ho detto più niente. Mi sono beccata due ore di punizione e la professoressa Maigre ha salvato la sua faccia di prof. Ma quando sono uscita dal­l’aula, ho sentito i suoi occhietti preoccupati che mi seguivano fino alla porta.

E sulla strada di casa ho pensato: sfortunati i poveri di spirito che non conoscono né la trance né la bellezza della lingua.

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